Il libro sbagliato
Come ho capito che stavo scrivendo nel modo che combatto ogni giorno
Ciao,
in questo numero:
perché il libro è una conversazione e non un saggio
cosa ho capito riscrivendo il libro da zero
come puoi partecipare se vuoi
Qualche tempo fa ero con un team che non riusciva a trovare accordo su niente.
Venti persone. Prime linee di un’azienda che passavano i pomeriggi a chiedersi perché non riuscivano a innovare. Le risposte erano sempre le stesse: troppa operatività, troppe riunioni, non c’è tempo. A un certo punto qualcuno ha detto, ad alta voce, quello che tutti pensavano: “Tanto andrà come sempre. Ci diciamo le stesse cose, poi lasciamo che decida Mario, perché tanto va così ed è meglio.”
Avevo un’analisi pronta. Avevo una lettura del pattern. Avevo, probabilmente, anche una via d’uscita.
Ho resistito. Non è stato facile: ogni istinto professionale mi spingeva a intervenire, a nominare quello che stavo vedendo, a offrire qualcosa di utile. Ho fatto una sola domanda: “Cosa sta succedendo in questa stanza, adesso?”
Non era una domanda sul problema. Era una domanda su quello che era già visibile a tutti, e che nessuno stava nominando.
Silenzio. Poi qualcuno ha detto qualcosa. Poi qualcun altro. Poi la conversazione è diventata qualcosa che io non avrei mai potuto progettare.
Quel meccanismo lo conosco da anni. Continua a sorprendermi ogni volta.
La prima versione del libro era un saggio.
Tesi chiara, struttura solida, argomentazioni, conclusioni. Leggibile, ben scritto. E completamente sbagliato.
Non nei contenuti, ma nella forma e quando la forma è sbagliata, il contenuto mente.
Edgar Schein, uno dei pochi pensatori che ho letto davvero più di una volta sui temi del cambiamento, descrive tre posture possibili con cui un consulente può stare davanti a un cliente. Il medico che diagnostica e prescrive. L’esperto che ha la soluzione giusta e la consegna. E poi c’è la consulenza di processo: qualcuno che non porta risposte, ma crea le condizioni perché le persone trovino da sole ciò di cui hanno bisogno.
Stavo scrivendo un libro sulla terza postura usando la forma della seconda. Era una contraddizione che non potevo ignorare.
Ho ricominciato da zero.
Mario ha sessant’anni. Gestisce un’azienda di famiglia che raccoglie l’eredità del laboratorio di suo padre e che lui ha portato a crescere. Dall’esterno sembra un successo. Dall’interno, lui lo sa, è un’organizzazione che regge per inerzia: le decisioni importanti si inceppano, i collaboratori migliori smettono di proporre idee, il cambiamento viene annunciato e non accade mai davvero.
Mario continua a fare l’eroe che risolve tutto da solo, e non riesce a smettere. La vera crescita, quella che sente possibile ma non riesce ad avviare, inizierà solo quando riuscirà a rinunciare al controllo per liberare e coltivare il potenziale del suo team.
Mario non è una persona reale. È quello che rimane dopo venticinque anni di incontri: PMI distribuite in tutta Italia, settori diversi, dimensioni diverse, e le stesse dinamiche che ritrovi poi, invariate, anche nelle grandi organizzazioni. Sempre lo stesso affanno.
Quello che ho capito, incontro dopo incontro, è che Mario non cerca un consulente. Ha già avuto tanti, troppi consulenti. Cerca qualcuno con cui pensare.
Il libro è quella conversazione. Non porta soluzioni: porta domande più utili delle sue. Quello che emerge non è un piano d’azione, ma qualcosa di più difficile da formalizzare e più duraturo da usare: un modo diverso di leggere quello che succede intorno a lui.
Ho scelto questa forma perché è l’unica onesta rispetto a quello che faccio. Tutto quello che ho fatto di positivo nella mia vita lavorativa è accaduto perché ho creato le condizioni perché una conversazione potesse nascere. Non ho mai portato la risposta giusta. Ho tenuto lo spazio abbastanza a lungo da permettere alle domande giuste di emergere.
Scrivere un saggio sarebbe stato, di nuovo, cedere all’istinto sbagliato.
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A presto,
Jack


